Intervista all’autore Claudio Risè

Il segno del padre marchia, e differenzia, a distanza, la fisionomia dell’individuo che lo porta rispetto a chi non l’ha ricevuto. Per quest’ultimo la perdita non si è fatta ferita, né cicatrice profonda; è rimasta solo ingiuria (inspiegabile dalla coscienza razionale), offesa di cui protestare in diverse sedi, da quelle giudiziarie a quelle civili, a quelle sanitarie, o politiche. […]

Per poter trasmettere la ferita, senza diventare semplicemente sadico, il padre deve però a sua volta averla ricevuta su di sé. Deve essere stato iniziato da un padre, che gli abbia trasmesso il senso profondo della paternità.

Il padre, dunque, è innanzitutto, in prima persona, un “portatore della ferita”; per questo ne può trasmettere al figlio la sensibilità, il sentire. E anche la ricchezza: la capacità di reggerne il dolore e di coglierne il senso. Come racconta con grande acutezza Elias Canetti, in questa leggenda boscimana.

«Un uomo disse ai propri bambini che stessero attenti per vedere se arrivava il nonno. “Guardatevi intorno, mi sembra che il nonno si avvicini. Vedo sul suo corpo i segni delle vecchie ferite”. I bambini stettero attenti e videro un uomo in lontananza. Dissero allora al padre: “Un uomo sta venendo qui”. Il padre disse loro: “E’ il vostro nonno che viene qui. Sapevo che stava venendo. Mi sono accorto della sua venuta dai segni delle sue vecchie ferite. Volevo che voi stessi vedeste: egli viene davvero”».

Commenta Canetti: «… Il vecchio, nonno di quei bambini… in un determinato punto del suo corpo portava il segno di una vecchia ferita ben noto al figlio adulto, padre dei bambini. Era una di quelle ferite che lasciano un segno visibile per sempre… Quando il figlio pensa al padre, pensa alla sua ferita e al punto preciso in cui essa lasciò il segno nel corpo del padre: egli lapercepisce nel punto corrispondente del proprio corpo… Egli sente il padre che si avvicina, poiché sente la sua ferita. Lo dice ai bambini… li esorta a stare attenti: e, davvero, un uomo si sta avvicinando. Può essere solo il nonno».

Il figlio sa che il padre è vicino perché sente la sua ferita. E’ la ferita, testimonianza di una perdita (un animale che ha saputo difendersi durante la caccia, una brutta caduta, il segno a sua volta di un difficile esercizio di iniziazione), l’elemento di una comunicazione tra padre e figlio, nel corso delle generazioni. E’ attraverso la propria ferita che, come dice Canetti, il figlio “percepisce” il padre. Il figlio che ha ricevuto l’insegnamento paterno sente, nel proprio organismo psicofisico, la relazione col padre come riacutizzarsi della ferita, consapevolezza della necessità umana della perdita. Colui che invece non ha ricevuto quell’insegnamento, per esempio perché il padre, come tanti uomini d’oggi, non voleva saperne di ferite, e anzi era profondamente impegnato nel non accorgersene, nel banalizzarle, non sente nulla. In lui non si riaccende mai la consapevolezza di nessun dolore, caso mai sostituito da una sorda, a volte nascosta, depressione. Quest’uomo si crede senza ferite, di plastica come il giocattolo Big Jim, l’uomo moderno, che non ha mai contemplato il mistero della Passione, non può essere, a sua volta, profondamente, padre.

kirap

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Non si conosce mai abbastanza bene una donna fino a quando non la si incontra in tribunale. (Per la maggiore) http://www.separati.eu/

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