Campagna per il padre

Partiamo da un fatto di cronaca: lo scorso 14 giugno a Roma, un imponente corteo ha bloccato per oltre un’ora via dei fori imperiali e piazza Venezia. Una manifestazione che in simultanea si è ripetuta nelle principali città del mondo: Parigi, Madrid, Londra, Washington dove migliaia di uomini hanno concluso la loro marcia davanti alla Casa Bianca. La manifestazione è stata organizzata per evidenziare le distorsioni dell’attuale sistema giudiziario che dopo la separazione tra i coniugi, nel 90% dei casi, esclude i padri dall’affidamento dei figli.
Si tratta di una tragedia di proporzioni che non è esagerato definire apocalittiche. Per convincersene è opportuno riportare qualche dato fornito dagli uffici del censimento americani, statistiche che aprono allo sguardo un panorama da brivido. Il 90 per cento delle persone senza fissa dimora e dei figli fuggiti da casa non avevano un padre in famiglia; il 70 per cento dei giovani criminali ospitati in carcere o in istituti di recupero vengono da famiglie dove il padre è assente. L’85 per cento dei giovani che si trovano in carcere sono cresciuti senza padre. Il 63 per cento dei giovani che si tolgono la vita hanno padri assenti.
Claudio Risé – psicoanalista di formazione junghiana e docente di scienze politiche e sociali, si occupa dell’assenza del padre ormai da anni: è stato il primo a introdurre in Italia la tematica dello specifico maschile, a denunciare la crisi in cui gli uomini occidentali versano ormai da decenni. Ingranati nei circuiti di una società, che per le sue caratteristiche – soddisfacimento del bisogno, conformismo, eliminazione del rischio, controllo – costituisce la plastica realizzazione dell’archetipo della Grande Madre, i maschi si trovano oggi depredati di un’identità che aveva orientato le loro azioni, che aveva dato un senso alla loro vita, che li aveva tenuti collegati col loro bagaglio istintuale. Una tragedia appunto, che Risé ha sempre additato come tale, portando avanti un discorso duro, impopolare, impegnativo che comincia però a scavare le coscienze, a mettere in crisi luoghi comuni, persino a risvegliare la volontà di lotta di comunità maschili che iniziano a riappropriarsi della loro coscienza di genere. A differenza delle chiacchiere politicamente correttissime di qualche suo collega vanesio e fighetta, che fa bella mostra di sè nei talk show, Risé ha il coraggio di pronunciare l’impronunciabile, di dire quelle cose che nessuno osa dire. E di farlo con la forza tranquilla di chi sa esser la sua la buona battaglia da combattere a prescindere dal risultato.

Professore il suo ultimo libro ha come titolo “Il padre”, come sottotitolo “l’assente inaccettabile”. E’ un titolo forte, asseverativo: sembra voler dire che è inaccettabile che il padre sia assente, ma che inaccettabile è anche l’idea di voler esiliare i padri dal loro ruolo attraverso la denigrazione e lo svilimento dell’istituzione paterna…

Entrambe queste posizioni, infatti, l’assenza più o meno volontaria del padre, così come il suo allontanamento ad opera di dispositivi giudiziari, o la sua demolizione ad opera di una cultura antipaterna, sono inaccettabili, perlomeno dal punto di vista dell’interesse sociale. I figli senza padre capeggiano le statistiche delle devianze, i fondi assorbiti dalla gestione di quella che nel mio libro ho chiamato la “fabbrica dei divorzi” sono di gran lunga superiori, negli Stati Uniti, a quelli richiesti dai programmi di rieducazione per l’abuso di droghe e alcool. Minare la figura paterna, la sua autorità, e i suoi rapporti coi figli, ha insomma equivalso a minare la stabilità e la salute della società. Come del resto le più serie tra le scienze umane, come l’antropologia, e la psicologia del profondo, avevano sempre saputo. La figura paterna è il fondamento simbolico del diritto, e la sua negazione (nei miti più antichi spesso realizzata dalla figura della Grande Madre), precipita la società nel caos.

Lei, oltre insegnare, pubblicare libri, scrivere sui giornali, seguire gruppi di lavoro e tenere seminari, è uno psicoanalista, ha dunque gli strumenti e la possibilità di indagare a fondo su come vivono oggi i padri e i figli il loro rapporto. Che cosa li lega, che cosa li divide…sembrano così lontani ma anche così vicini: i padri sono stati figli, i figli saranno padri…eppure qualcosa, lei lo scrive nei suoi libri, sembra essersi spezzato. Che cosa si è spezzato? E soprattutto perché?

Guardiamo innanzi tutto ai fenomeni oggettivi. Negli Stati Uniti, il pesce pilota del mondo occidentale, in cui noi siamo, un matrimonio su due si conclude con un divorzio. Si prevede che nel giro di un quindicennio al massimo saranno due su tre. Oltre tre quarti dei divorzi sono richiesti dalle mogli, alle quali sono poi affidati i figli in oltre il 90% dei casi, qualsiasi sia il loro comportamento privato. Alle stesse viene assegnata anche la casa, anche se comprata in tutto o in parte dal padre-marito. Questa prassi giudiziaria getta il padre fuori di casa e spezza il rapporto padre-figlio, sia facendo del figlio un fatherless, un figlio senza padre, sia mostrandogli chiaramente che la società, di cui il padre è, a livello simbolico, il rappresentante nel nucleo familiare, è in realtà contro il padre, e pronta a smentirlo in qualsiasi occasione. Si crea così una scissione tra la psiche profonda, dove il padre è vissuto come il legame con la dimensione transpersonale e sociale, e la coscienza superficiale, dominata da una figura di potente madre “separata”, portatrice di un contenzioso con la figura maschile, in cui risulta vincente. Questo scenario indebolisce l’aspetto maschile dei figli (in cui risiedono le forze più attive, “creative del nuovo”, come diceva Pound). Con conseguenze particolarmente nefaste sui maschi che in questo conflitto giocano, e spesso perdono, la loro identità sessuale profonda.

L’eclisse del padre ha prodotto un’altra conseguenza, ha eliminato, o almeno celato, il riflesso terreno della figura del Padre divino. Lei fa risalire storicamente questa cesura alla Riforma luterana quando il padre, da testimone di Dio nella famiglia si riduce a rifornitore di alimenti…

Lutero, collocando l’ambito della vita familiare e del matrimonio nel “Regno dell’uomo”, ha secolarizzato la famiglia, l’ha cioè separata dall’ambito del sacro. In questo modo l’ha messa al servizio dello sviluppo dei beni terreni, dando uno straordinario impulso al processo di industrializzazione. Per farlo, però, l’ha staccata dal sistema simbolico su cui si era fino allora retta non solo la famiglia, ma l’intera società, incardinata sul padre terreno come riflesso del Padre spirituale, e della sua legge, che, da Cristo in poi, è amore celebrato nel sacrificio. Nella società industriale tardomoderna (e postprotestante), invece, il diritto è diventato il potere, definito e celebrato attraverso l’ostentazione del consumo.

Il tipo di rapporto che si ha con il trascendente, il mondo spirituale, con Dio insomma, dipende in qualche misura dalle esperienze psicologiche vissute coi genitori, i primi mediatori fisici e simbolici che il bambino incontra quando viene al mondo. Allo stesso modo incide anche il processo educativo della prima gioventù e della pubertà. Ora lei nel suo libro riporta dei dati impressionanti: tra tutti quello secondo cui nella scuole, in tutti i paesi dell’Ocde gli insegnanti della scuola dell’infanzia e della scuola elementare sono in maggioranza femmine con una media del 94 per cento. Nelle scuole medie le percentuali non sono molto diverse: la media delle insegnanti femmine è del 62,7 per cento…Che cosa implicano questi dati? Che rapporto con la trascendenza ne consegue? Si spiega anche con questo fenomeno il dilagare in Occidente di una religiosità morbida e disimpegnata?

Non si può chiedere alla donna di assolvere ad ogni funzione: quella di appagatrice di bisogni, e quella di fondatrice del senso del dovere, quella di testimone del principio di conservazione, e, insieme, di portatrice di trascendenza e di sacrificio. Anche se in ogni cultura esiste l’archetipo, e la realtà, della donna Vergine, che esprime proprio questi altri valori (basti pensare nella cultura ebraico-cristiana contemporanea ad una figura come Simone Weil), il femminile dominante, specie nel mixing proposto nella società dei consumi, è fortemente specializzato nell’appagamento dei bisogni, e nella conservazione dell’esistente. Che è alla base, ad esempio, dell’attuale fortuna dei movimenti pacifisti: l’esistente si difende, rifiuta, almeno consapevolmente, qualsiasi messa a rischio. I figli di mamma non devono morire. Anche perché, per poterlo fare, occorre almeno immaginare dove si va. Ora, (e qui parlo più della società europea che di quella americana, molto più variegata e complessa), una cultura che è ancora sotto l’ala plumbea della visione nichilista novecentesca, non ha più visione trascendente, e cioè il Padre, ed ha solo una visione orizzontale, che si snoda lungo le corsie dei centri commerciali. La religiosità “compatibile” con questa visione è spiritualità da centro commerciale: un neopaganesimo ben modulato, come ogni prodotto che ambisca al successo (ad ognuno il suo Dio), espulsi i temi forti del cristianesimo, il sacrificio e la croce, il corpo e il sangue rimpiazzati con un’enogastronomia etnico/religiosa, travestita da recupero culturale e identitario.

Nel suo libro lei dedica molte pagine, e l'”Appello per il padre”, alla lotta contro l’esclusione del genitore dalla decisione tragica di far fuori il bambino con l’aborto, di competenza esclusivamente materna…Come si è potuti arrivare a un simile unilateralismo? Quale spirito presiede a certe posizioni?

Di certo uno spirito, o piuttosto un demone, che ama più la morte che la vita. La raccolta di materiale per questo libro mi ha mostrato ancora più chiaramente come questa società, sia nel divorzio che nell’aborto, sia fortemente impegnata nel fornire dispositivi giudiziari che consentano la rottura di ogni legame creativo (quello coniugale, quello genitoriale), e del tutto assente dalla difesa e conservazione dei legami affettivi legati alla continuazione naturale della vita Perché potesse realizzarsi questo scenario mortifero, di distruzione della nuova vita, a beneficio dell’egoismo dell’esistente, era necessario mettere in ginocchio il mondo maschile, spezzare il principio fallico che è appunto il testimone del nuovo, è il produttore simbolico, psichico, e fisico, del rinnovamento. La cultura abortista, per prevalere (come ha prevalso ben al di là dei vari “stati di necessità“), aveva bisogno di togliere la parola al padre. E noi, per la vita dei nostri figli e discendenti, dobbiamo ridargliela.

“La società secolarizzata, il mondo che ha rotto i ponti con Dio, non difende il bimbo dal sadismo pedofobo di Erode…la separazione dal sacro ha, nel frattempo tolto di mezzo i magi, che sapevano leggere i segni del cielo, interpretare il volere di Dio dai segni della natura e ha svilito e cacciato il padre, Giuseppe, il custos, che proteggeva il bambino per conto del Padre” (p.128). Se l’assenza del padre produce assenza di Dio, l’assenza di sacro produce assenza di padre…è un discorso circolare che svela il nesso profondo tra il Padre che è nei cieli e i padri che sono sulla terra…

C’è però una differenza. La società può far fuori, con opportuni dispositivi e campagne mediatiche appoggiate dai diversi campioni della cultura della morte, il padre terreno. Non può però, almeno io credo, uccidere il Padre celeste. Che continuerà a parlare a chi vi si affida.

Il quadro che lei disegna è drammatico, ma il suo libro si chiude con un appello alla volontà e alla responsabilità. Gli uomini e i padri devono acquisire coscienza di genere? Devono ribellarsi a un sistema culturale e mass-mediatico che li ridicolizza? Che cosa devono fare? E soprattutto che cosa possono fare?

La coscienza di genere, che è psicologica e simbolica, oltre che fisica, è indispensabile per capire come svolgere il nostro compito di uomini, mariti, e padri. Per questo, è necessario (ma sta già accadendo, anche se in forme a volte confuse), ricostituire un campo maschile che restituisca ossigeno a quella coscienza e quella cultura, rimossa dai colpi incrociati della political correctness, e dal ridicolo terrorismo tardofemminista (dal quale le rappresentanti più significative del femminismo si sono da tempo staccate). Ma il campo maschile è stato anche indebolito e disperso (e questo mi sembra un problema caratteristico della destra) dal timore omofobico, forse ingenerato dalla perdita della rassicurante consuetudine di comunità maschili, come l’esercito o le istituzioni di formazione. Molti uomini che non hanno sperimentato la tranquilla intimità della “compagnia maschile” dubitano inconsciamente della propria virilità quando si affaccino a una prospettiva di sodalizio e comunità maschile, passaggio credo indispensabile per ritrovare la propria cultura, e il proprio specifico destino. Il sistema mediatico, invece, è più permeabile ai cambiamenti di quanto sembri: da sociologo delle comunicazioni cerco di mostrare ai miei studenti come possano, e debbano, influenzarlo, e non seguirlo passivamente. E noto che da quando, poco più di dieci anni fa, uscì il mio Maschio selvatico. Come ritrovare l’istinto rimosso dalle buone maniere, ad oggi che quel libro è alla 14a edizione, e molti altri l’hanno seguito, l’atteggiamento dei media è cambiato. Se Scalfari e Mieli discutono sugli eccessi di femminilizzazione della nostra società (come è accaduto nel giugno 03), è anche perché segnali di insofferenza crescente sono stati lanciati dalla società, e percepiti, almeno da orecchie attente come le loro. Gli strumenti di intervento sono diversi, ma tutti partono da una diversa presenza nella vita privata e pubblica, che sappia mantenere come riferimento costante la propria esperienza di genere, di figlio, di amante, di cittadino maschio (anche di fronte a istituzioni pubbliche che, per legge, in caso di promozione di candidati equipollenti, devono scegliere la femmina, salvo giustificare la scelta diversa con apposita relazione). E, decisivo è essere nel mondo in quanto figli del Padre, cui dovremo rispondere di ciò che siamo stati, e cioé maschi, né donne, né asessuati. Tutto l’occidente è un proliferare di queste nuove posizioni maschili, ne ho parlato in ogni mio libro, e non voglio rubare qui spazio. Desidero però ricordarne due, che mi stanno a cuore, e di cui parlo ne Il Padre. L’assente inaccettabile. La prima è l’istituzione del Covenant Marriage, proposta da diversi gruppi giovanili, dai cristiani ai libertari, ormai approvata da moltissimi Stati negli Usa. Questi gruppi hanno ottenuto di non essere obbligati a sottostare al contratto matrimoniale previsto negli Usa, che descrive un matrimonio “divorziabile”, ma di poter sottoscrivere un Patto di matrimonio indissolubile, cui si vincolano per tutta la vita. Si tratta di un segno a mio parere molto significativo, soprattutto se accostato al “marriage strike” allo sciopero del matrimonio, con cui la maggioranza dei giovani occidentali rifiuta l’attuale legislazione matrimoniale, divorzista ed antimaschile. Insieme, designano un sistema al capolinea, i cui fan si assottigliano sempre di più. L’altra proposta è quella che abbiamo lanciato, con Giuseppe Sermonti, Claudio Bonvecchio, Stefano Zecchi, Giulio M. Chiodi, ed altri (a cui ogni giorno si aggiungono nuove adesioni sul sito www.claudio-rise.it). In quest’appello, chiamato appunto “Per il padre”, oltre a richiedere uno sforzo politico e normativo per restituire alla figura paterna quella centralità che gli è propria in ogni cultura vitale, ci occupiamo di aborto. In particolare chiediamo che venga consentito, al padre affidabile che lo desideri, di salvare la vita del bimbo destinato dalla madre all’aborto, accollandosene ogni onere, anche sotto il profilo di risarcimento del danno in termini di carriera, o biologico, per la donna. Senza discutere la sovranità della donna sul proprio corpo, riteniamo però che del bambino, generato dal seme del padre, e cresciuto dalla madre, non possa disporre solo quest’ultima. E che una società che deliberi in tal senso, come la nostra, leda fortemente i diritti del nascituro, e quelli del padre che desideri tutelarli, come è suo preciso dovere. Sono due modeste proposte. Attorno alle quali abbiamo trovato l’adesione di moltissime persone, ma di pochi potenti. Questi sembrano più fortemente occupati a discutere di denari e poteri, e lontani invece dai temi che più profondamente incidono sugli affetti primari, e quindi sulle correnti profonde della vita dei cittadini.

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