Chi è un essere umano?

È universalmente certo che esistano dei diritti imprescindibili valevoli per tutti gli esseri umani, di cui quello principale è il diritto alla vita, da cui tutti gli altri discendono.

Tuttavia, paradossalmente, è la definizione stessa di essere umano a non essere affatto univoca e universalmente condivisa.

Soprattutto quando pensiamo ai casi estremi della vita, l’embrione e gli stadi di coma terminali irreversibili, ci troviamo di fronte all’intreccio di troppe opinioni in palese conflitto tra di loro.

I vari referendum che hanno come argomento questioni riguardanti gli embrioni e casi come quello di Terry Schiavo, la donna in coma irreversibile lasciata morire di fame e di sete, che hanno turbato l’opinione pubblica di tutto il mondo, sono estremamente significativi per capire che difficilmente ci si potrà mettere d’accordo su questi temi, visto che le identificazioni culturali e le tifoserie ideologiche sono troppo forti.

C’è chi ne fa una questione di ragione, c’è chi ne fa una questione religiosa, chi ne fa una questione giuridica, chi ne fa una questione politica e di scontro tra idee progressiste e reazionarie.

Ma comunque senza mai approdare ad una conclusione univoca che sia condivisa.

E quindi la confusione è massima, come prevedibile, ma è una confusione pericolosa, perché il diritto principale in questione è il diritto di vivere, e se lo neghiamo ad un essere umano commettiamo un assassinio, se, invece, lo neghiamo ad un grumo di cellule non abbiamo di che preoccuparci.

Insomma, su questi temi non posso esimermi dal formarmi un’opinione, debbo in qualche modo capirci qualcosa, e quindi l’unica cosa che posso fare è rimboccarmi le maniche, documentarmi e riflettere.

Sui mezzi di comunicazione vengono riportati i pareri delle persone famose: giornalisti di grido, attrici fascinose, veline dalla coscia esorbitante, calciatori imbattibili, industriali vittoriosi e tante altre figure, ma non è certo per il fatto che loro sono famosi che la loro opinione possa avere un qualche valore aggiuntivo. Anzi, se si smettesse di intervistare i cosiddetti “vip” su questioni così profonde riguardanti la vita, si risparmierebbe ai cittadini una sfilza di idiozie intollerabili.

Purtroppo, la tendenza generale in queste situazioni, invece di affrontare prudentemente e saggiamente il problema, è quella di “categorizzarlo”: si dividono arbitrariamente le opposte opinioni in destra e sinistra, in progressisti e reazionari, in religiosi e laici e poi si stabilisce da che parte stare, non certo basandoci su di una valutazione attenta della questione, bensì scegliendo la fazione cui vanno le nostre simpatie e adottando acriticamente le idee di quella. Questo è il meccanismo più usato dalla politica: si porta ogni idea verso il solo scontro tra fazioni, tra scelte di campo, evitando di valutare e ragionare sul merito, in maniera da distogliere il cittadino dal riflettere sui problemi reali e portarlo solo verso scelte basate su logiche da tifoseria o da spinte emotive. Se affermo che «questa è un’idea da sporco fascista reazionario» oppure che«questa è un’idea vecchia che ci porta indietro nel medioevo», mi posso esimere a priori da qualsiasi fatica, da qualsiasi ragionamento, qualsiasi ricerca, qualsiasi discussione sul merito.

Un altro modo per evitare una seria discussione è di portare la questione verso categorie che portano a scelte obbligate, automatismi psicologici, utilizzando emozioni e valori universali.

Infatti, se riesco ad etichettare abilmente una determinata scelta come «una scelta d’amore» oppure «una scelta di libertà e di progresso»anche questa volta riesco a manipolare facilmente i miei interlocutori precludendo comunque qualsiasi discussione seria e fondata.

Questi sono, da sempre, i metodi più usati da imbonitori e politici, da sempre, per plasmare le masse impedendo sul nascere ogni seria riflessione.

Visto che io non mi accontento degli slogan, il prossimo passo è l’ascolto del verbo incarnato, ovvero la parola degli scienziati.

Oggi costoro rappresentano l’autorità assoluta per eccellenza, hanno sostituito tutte le vecchie autorità politiche, morali, religiose per rappresentare la verità tout court. Nessuna cosa è ritenuta così vera come quella che è stata scientificamente provata e questo dovrebbe bastare a stabilire che l’opinione degli scienziati è la verità di riferimento, quella che nessuno si azzarderebbe mai a smentire o a contraddire.

Ma anche quando si parla delle certezze scientifiche non riesco a rinunciare a comportarmi da inguaribile guastafeste.

Sono abbonato alla newsletter di una delle più grandi riviste scientifiche del mondo e ricevo periodicamente un bollettino che mi informa di numerosissime ricerche e scoperte. Con mio grande stupore, noto che ogni ricerca e ogni scoperta che viene fatta mette in discussione tutto quello che si sapeva su quell’argomento finora. Insomma, ogni ricerca o scoperta cambia completamente le carte in tavola e tutto quello che si sapeva fino a quel momento viene completamente modificato, generalmente capovolto.

È terribile: mi sono convinto che le verità scientifiche sono verità a tempo: valgono come verità assolute e indiscutibili… solo fino a scoperta contraria. E più si fa ricerca, più la scienza progredisce, più ogni conoscenza è sottoposta a smentita. Che delusione, rispetto al carattere assoluto e definitivo che viene attribuito alle risposte degli scienziati: mi rendo conto che le loro opinioni valgono solo finora.

Comunque ho ascoltato attentamente tutti i pareri. Tutti coloro che lavorano in centri dove si fa ricerca sugli embrioni, sono sicuri che l’embrione non si possa considerare pienamente un essere umano, ma tutte le volte che vengono interrogati scienziati la cui pagnotta non dipende direttamente da queste cose, le opinioni sono molto diverse, e sono discordanti quasi quanto le opinioni dei non scienziati.

Ma una cosa importante l’ho capita: nonostante tutti i giri di parole che si usano per occultare le cose scomode, la vita di un determinato essere è un continuum che va dal concepimento alla morte. Anche un fenomeno come la nascita è secondario rispetto a questo continuum, perché un’ora prima o un’ora dopo la nascita, da punto di vista fisico dell’individuo non cambia granché: tutto quello che c’era prima c’è dopo, e viceversa. La nascita ha una enorme importanza a livello psicologico, ma non in questo continuum che procede inesorabile e non facit saltus, come dicevano gli antichi.

Insomma, il punto zero è il concepimento, quando da due gameti differenti si crea un’entità con un patrimonio genetico tutto suo, unico e irripetibile, differente dalle cellule che l’hanno generata e portatrice di un DNA che si trasmetterà identico a tutte le cellule che verranno a prodursi da questo nucleo originario. Il punto finale è la morte, altro processo irreversibile e che stabilisce nettamente un prima e un dopo. Tutto il resto può essere certamente suddiviso in tante fasi, ma queste fasi sono delle semplici distinzioni intellettuali e tengono conto, volta per volta, di un solo particolare punto di vista. Insomma: il segmento – vita ha due estremi molto ben definiti.

Eppure raramente nella storia la vita umana è stata fatta iniziare con il concepimento.

Per i romani la vita umana iniziava con la cerimonia di riconoscimento della paternità, cioè quando il bambino era già nato da tempo; prima poteva essere tranquillamente ucciso, venduto, abbandonato sulla strada; senza la minima preoccupazione, visto che non era un essere umano. Tutte le società schiaviste sono basate sul concetto che un essere umano è colui che viene riconosciuto tale dalle norme sociali. Gli schiavi erano considerati merce e non avevano alcun diritto, quindi, nel loro caso, il riconoscimento di appartenenza al gruppo degli esseri umani non avveniva posticipato, come per i bambini romani, bensì non avveniva mai, eccettuato il caso della manumissio, ovvero della procedura con la quale uno schiavo poteva diventare essere umano, a discrezione e gestione del padrone. Infine, lo status di essere umano si poteva anche perdere, come avveniva con la schiavitù per debiti o per reati.

Tornando ai nostri giorni, se andiamo a vedere le legislazioni abortive dei vari paesi, troviamo che è possibile abortire (quindi, per legge, il feto a quella data non è ancora un essere umano) fino a due, tre, quattro e più settimane. Insomma, se ci fosse qualche verità scientifica inconfutabile, qualche punto fermo indiscutibile alla base di tali legislazioni, queste non potrebbero affatto essere diverse. Ma è possibile che, in un determinato paese, un essere umano sia tale dopo tre settimane mentre in un altro paese lo sia dopo cinque settimane? E se la legge impedisce di abortire entro una determinata data, possiamo serenamente affermare che un giorno prima il feto non è un essere umano, mentre il giorno dopo lo è? Sarebbe un’offesa alla ragione!

Insomma: è possibile che nel terzo millennio la definizione di essere umano sia ancora null’altro che una convenzione sociale?

Sull’argomento ne ho sentite veramente di tutti i colori. Quelli che dicono che l’essere umano si definisce nel momento in cui si percepisce tale (e quando noi stiamo dormendo profondamente non siamo umani?), quelli che dicono che lo è quando è capace di comunicare (ma anche una singola cellula comunica, pur con un linguaggio tutto suo; in tal caso va valutata la capacità dell’embrione di comunicare o la capacità nostra di comprenderlo?), altri dicono che l’essere umano si forma con una gradualità di sviluppo e di diritti (e quindi, dal punto di vista pratico come ci comportiamo? Con una affermazione del genere siamo ancora daccapo), quelli che dicono che dipende come lo sente la donna (e quindi la donna – o meglio, la sua emotività – diventerebbe l’arbitra unica dell’esistenza umana). Ci sono, infine, coloro, che non riuscendo ad avere una opinione sensata, si basano sul contrastare quelle altrui, come coloro che si contentano di affermare il contrario di quello che dice la Chiesa per potersi sentire felicemente laici.

Insomma ognuno dice la sua, caparbiamente e appassionatamente, convinto che la propria mente, le proprie idee, i propri pensieri, rappresentino senza alcun dubbio l’incarnazione della verità assoluta.

Per la maggior parte delle persone che vengono continuamente intervistate dai media, la verità è quella che fa comodo qui ed ora. Quindi coloro che si aspettano vantaggi dallo sfruttamento scientifico e commerciale degli embrioni affermano con sicumera baldanzosa che non si tratta di esseri umani. Come sono incrollabili le certezze interessate! E, visto che gli interessi economici e personali (realizzazione di maternità altrimenti impensabili, soppressione a un pelo dalla nascita di un feto con possibili menomazioni, promesse miracolistiche della ricerca scientifica sugli embrioni), la maggior parte delle persone con cui ho a che fare sono ciecamente convinte che l’embrione diventi un essere umano … il più tardi possibile, eventualmente anche solo al momento della nascita.

Che tristezza! Abbiamo alle spalle migliaia di anni di diritto, di filosofia, di civiltà, di scienza e ancora siamo all’inizio, non riusciamo a rispondere in maniera univoca a quello che dovrebbe essere il più banale dei quesiti: chi è un essere umano?

Sono convinto che la cosa non possa essere risolta a livello di mente (infatti io ho una mente, ma non sono la mia mente, sono ben di più), né a livello di pensiero (io ho dei pensieri, ma non sono i miei pensieri, che posso valutare, giudicare e modificare), né a livello di filosofia o di diritto (gli uomini fanno la filosofia e il diritto, ma queste discipline non sono autorizzate a stabilire chi è un uomo o no).

In più, per peggiorare la situazione, viviamo in un’epoca di relativismo assoluto e maniacale, per cui ogni cosa, ogni opinione, ogni idea, ogni convinzione vale l’altra, e così sembrerebbe funzionare anche in questo caso. Ma non ce lo possiamo permettere, perché, come ho spiegato sopra, la posta in gioco è troppo alta: la vita umana.

Per un cattolico, si sa, i problemi sono minori: esiste una verità rivelata, che pure non ha mai chiarito inconfutabilmente queste cose, perché quando hanno chiuso le pagine dei testi sacri queste problematiche erano di là da venire, ma almeno esiste il magistero della Chiesa, che stabilisce un criterio unico e coerente di valutazione. Anche le altre religioni hanno dei meccanismi simili, per cui ci si può avvalere dell’autorevole opinione di persone spiritualmente molto altolocate che guidino gli altri alla scelta. Ma per chi non ha intenzione di seguire acriticamente i dettami di alcuna religione, come ci si comporta?

Insomma, visto che sono sempre al punto di partenza, mi rimane una sola possibilità.

Come mi comporterei io di fronte alla roulette russa, dove una pistola che si punta alla tempia ha un solo colpo in canna ma nessuno sa se il prossimo colpo sarà mortale o non sparerà affatto?

Semplice: non sparerei mai, nel dubbio di uccidere. E così penso occorra comportarsi nei confronti degli embrioni umani. Non sappiamo se e quando sono esseri umani. Ma nel dubbio non si ammazzano.

Meglio essere troppo prudente che essere assassino. E la ricerca scientifica sugli embrioni? È meglio che trovi altre strade, che, tra l’altro ci sono e sono pure numerose, visto che è immorale uccidere un essere umano nella speranza di salvarne altri. Non è più tempo di fare sperimentazione in corpore vili. Quello sarebbe, per davvero, il cadere di nuovo nel medioevo.
E l’aborto? Bé, se ci consideriamo sessualmente dagli animali, comportiamoci come tali anche dopo l’ingravidamento. Non si è mai visto un cane praticare l’aborto.
Se, invece, vogliamo essere degli esseri umani potremmo imparare ad esserlo sempre, quindi imparare a pensare prima, durante e dopo a quello che facciamo, prendendo in anticipo le nostre debite precauzioni e prendendoci poi, in seguito, le nostre responsabilità (che parola terrificante, vero?).


Barzelletta sul tema:
Un prete, un imam musulmano e un rabbino discutono sul momento dell’inizio della vita. Dice il prete: “La vita inizia quando l’uovo è fecondato”. Replica l’imam: “Non sono d’accordo, inizia prima nello spermatozoo e nell’ovocita prima che si incontrino”. Interviene il rabbino: “La vita comincia quando i figli escono di casa e il cane muore”.

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