I figli della provetta

Come in tutte le problematiche sociali, anche nella procreazione assistita l’unico punto di vista che viene tenuto in considerazione è quello della donna.

Creando l’equazione perversa desiderio = diritto, si dice che ogni donna ha diritto alla maternità, se lo vuole.

E se non ha un uomo, come nel caso delle single o delle lesbiche, o se non ha l’età per procreare, come nei sempre più frequenti casi di ultrasessantenni, basta che abbia dei soldi e il gioco è fatto.

In una visione della vita umana come un business i soldi risolvono qualsiasi problema, e più il desiderio è forte più il lucro è alto.

Questi figli nascono a priori privati di un padre, nessuno si è mai chiesto se i figli possano essere soggetto del diritto ad avere una famiglia come natura comanda, sia perché oggi non è politically correct, sia perché se, nel triangolo padre-madre-figlio, uno solo deve avere diritti illimitati, ne consegue che non può farlo se non a spese degli altri due.

Il figlio della provetta non nasce da un atto d’amore ma da una pratica medica, ha una probabilità altissima di malformazioni (chissà come ne sarà felice!) ma chi se ne frega! Se la madre si toglie lo sfizio e paga bene tutto è lecito e quindi è automaticamente un diritto.

Queste madri hanno un bel da dire che vogliono a tutti i costi un figlio per amore, ma sappiamo tutti che la parola amore è una vecchia truffa sulla quale si possono celare tutte le peggiori mistificazioni.

Quello che loro qui chiamano amore è il soddisfacimento del bisogno di maternità, e come tutti i soddisfacimenti di bisogni è un atto consumistico (ho bisogno di qualcosa e quindi la compro) che coll’amore ci sta come i proverbiali cavoli a merenda.

D’altronde non riesco a immaginare come si possa amare chi non esiste (nel momento in cui la donna desidera il soddisfacimento del bisogno il figlio non è ancora stato fabbricato) come pure non riesco a pensare ad una persona che sappia amare in maniera sana e che non riesca a sfogare il bisogno di amare qualcuno nei confronti di chi è già nato e magari ha pure bisogno di essere amato: in tal caso la scelta sarebbe limitata a soli sei miliardi di individui o poco più.

Le madri della provetta sono madri che desiderano un figlio per compensare a frustrazioni, per rivalsa, per problematiche psicologiche irrisolte, per aver proiettato la propria autorealizzazione nell’altro da se.

Dietro a ogni soddisfacimento del bisogno c’è tutto l’armamentario che la scienza, o meglio, il business medico propone: uteri in affitto, banche del seme, scelta del donatore da un menu stile Postalmarket, fabbricazione di embrioni multipli per scegliere il prodotto migliore (come si fa con le mele), e mille altre diavolerie di quelle che ogni giorno se ne sente una nuova.

Quando c’è chi paga, subito s’aguzza la fantasia di chi vende.

Ma questi figli che faranno nella vita? Ci si rende conto che si sta giocando con la vita di esseri umani?

Innanzitutto sono senza padre, e quindi chi mai li renderà autonomi dalla madre? La stessa madre simbiotica, possessiva e soffocante? E se la madre è una nonna, già troppo vecchia per svegliarsi agilmente la notte ad allattare e a cambiare i pannolini, con una alta probabilità di passare a miglior vita quando il figlio è adolescente e ha ancora bisogno di aiuto e di mantenimento? E se il figlio di una coppia di lesbiche non riesce in tutta la vita a trovare un modello maschile e rimane menomato psichicamente per mancanza di figura di riferimento da introiettare? E se tale figlio il padre lo cerca disperatamente e ne fa una tragedia? E se la rabbia di essere senza padre è tale che intenta un processo alla madre, ce ne sono stati tanti in Inghilterra (il primo paese a rendere legali i figli in provetta), per danni biologici? Fatto sta che l’Inghilterra ha abolito il diritto alla privacy nelle questioni di paternità (tanto qualsiasi cosa succeda a livello sociale la pagano solo, sempre e comunque gli uomini) e così i donatori di seme, a cui erano stati garantiti dei minimi diritti al momento della donazione, se li vedono cancellare di colpo con una legge retroattiva e si trovano improvvisamente dei figli a carico di cui non avevano mai preventivato l’onere.

A questo punto uno mi dirà: ma fare il donatore di seme è cosa moralmente spregevole, quindi gli sta bene se si trovano nei guai. Come se non fosse mille volte più spregevole far dei figli senza curarsi del loro diritto e del loro bisogno ad avere un padre.

Ma perché farsi tutte queste domande? Che c’entrano i padri? Che c’entrano i bambini e i loro diritti?

Pensiamo solo ad appagare qualsiasi desiderio delle donne e vivremo felici e contenti!

Antologia degli orrori, ovvero quando i figli sono prodotti commerciali

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