La morte del padre

Se il maschio oggi è sopraffatto e bastonato, esiste un altro soggetto che non se la passa certamente meglio: il bambino, a qualunque sesso appartenga.

A questo viene negata sempre più spesso la presenza del padre, visto come optional poco utile.

Il figlio della provetta è senza padre, i figli di genitori separati lo sono pure.

Quel padre che non hanno avuto nella loro infanzia, i figli lo cercheranno tutta la vita, talvolta sotto forma di psicoterapia, talvolta, per le femmine, sotto forma di marito, sposando un uomo che abbia molti anni più di loro. E con il quale non riusciranno a sviluppare un vero rapporto paritetico di coppia, tanto che, dopo un po’ di anni, cominceranno a lamentarsi degli effetti di queste scelte, dimenticandosi sempre quali sono state le cause.

Ma anche il figlio che vive in famiglia incontra molto poco e raramente il proprio padre, che è sempre troppo preso dal lavoro e dagli impegni esterni.

Qui sta il grosso del problema: l’incontro mancante tra i padri e i figli.

Nell’antica società contadina (la cosiddetta famiglia patriarcale, oggi esecrata) tutta la famiglia lavorava nella stessa fattoria e il bambino aveva contatto con entrambi i genitori, ma anche con i nonni e spesso zii e cugini. In questa famiglia così allargata, ricolma di relazioni affettive, sia in orizzontale (più fratelli e le loro famiglie vivevano assieme), sia in verticale (nella stessa casa erano presenti più generazioni: figli, genitori e nonni) non c’era il problema dell’accudienza dei figli come non c’era il problema degli anziani, dramma angosciante della nostra società, in quanto tutti vivevano presso lo stesso focolare e tutti si davano un mano vicendevolmente. Tutti i pesi e le fatiche erano divisi equamente su moltissime spalle, perfino le sofferenze e i lutti lo erano.

Il peso da pagare per questo assetto sociale era una rigida struttura gerarchica, il sacrificio di molte libertà individuali e un grande senso dell’autorità, senza la quale un nucleo di persone così grande che convive nella stessa abitazione si sarebbe presto sfaldato e polverizzato.

Poi venne la rivoluzione industriale. In questo tipo di società occorrevano immensa manodopera nelle fabbriche e in seguito negli uffici, e quindi il luogo di lavoro fu spostato fuori casa, l’abitazione doveva essere trasferita in città ed era piccolissima, non solo per i prezzi esorbitanti dell’edilizia cittadina, ma anche perché, non ospitando le tipiche attività produttive contadine, serviva solo a dormire e a mangiare e poco più.

Da allora viviamo in piccoli appartamenti, in assoluta solitudine, afflitti dal problema di non saper dove mettere i figli quando siamo al lavoro e di come sistemare i nostri vecchi quando non sono più autosufficienti. All’obbedienza disciplinata nei confronti dell’autorità intrafamiliare abbiamo sostituito l’obbedienza ad autorità extrafamiliari, cioè ai datori di lavoro e ai capi ufficio, e non mi sembra affatto che il processo di liberazione sia stato così meraviglioso.

E così i padri sono andati a lavorare fuori casa, dedicando al lavoro un tempo sempre crescente, e il loro rapporto con i figli si è man mano ristretto. E in poche generazioni è successo un macello, l’assenza del padre ha creato danni incalcolabili. Innanzitutto ha indotto a pensare che il padre non sia indispensabile, in seguito ha portato all’affermarsi del matriarcato e di un processo di matrizzazione della società che si autoalimenta costantemente in assenza di forze di compensazione.

Il padre oggi è unicamente un procacciatore di reddito, un money provider, un bankomat.

Ma i figli senza padre sono figli senza senso di autorità, responsabilità, ordine, indipendenza come si può evincere dai dati riportati nellasezione dedicata ai danni dovuti all’assenza di padre.

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