Soggetti deboli

Sia la nostra civiltà giuridica che le abitudini consolidate nella nostra società ci portano a dare speciale attenzione e tutela ai soggetti naturalmente deboli. È sicuramente una conquista di civiltà, perché consente una certa equità di trattamento e di diritti in contrapposizione alla legge della giungla dove vige solo il diritto del più forte. Nel rapporto tra datore di lavoro e dipendente, quest’ultimo viene considerato soggetto debole e, quindi, può sperare in una serie di garanzie e di diritti, a sua tutela, che altrimenti non avrebbe.

Tuttavia molti abusano dello stato di soggetto debole, sfruttando ad arte le norme giuridiche e sociali come strumento di prevaricazione, invece che di equilibramento.

Questo è il meccanismo con cui avviene più frequentemente la sopraffazione delle donne sugli uomini: l’uso (abuso) dello status di soggetto debole.

Nessuna donna da un secolo a questa parte accetterebbe mai di considerarsi realmente soggetto debole, anzi, gli slogans femministi ripetuti alla nausea ostentano una donna che è sempre in supremazia in ogni valore positivo. Ma quando si tratta di questioni giuridiche, lavorative, economiche, ossia tutte le volte che ci sono in gioco i propri personali interessi da contrapporre a quelli di un maschio, le donne diventano tutte improvvisamente debolissime, delicatissime, incapaci di provvedere a se stesse, spaventosamente bisognose di ogni sorta di protezione e di tutela.

Protezione e tutela che in ogni altra occasione sbeffeggiano e deridono, come pure si beffano regolarmente dell’istinto tipicamente virile di protezione della propria compagna, considerato truce e intollerabile paternalismo maschilista.

Insomma, da una parte queste donne si dichiarano più brave, più istruite, più capaci, più intelligenti, più robuste, il tutto seguito da migliaia dieccetera, perché l’autoincensazione femminile non finisce mai, eppure, appena non riescono a competere ad armi pari in un ambiente dove ci sono uomini, improvvisamente sono delle povere creaturine inermi, bisognose e indifese, incapaci di sopravvivere senza una tutela esterna che viene richiesta non più al maschio, odiato ed esecrato, bensì allo stato – mamma. Anche se, poi, quasi sempre la tutela viene ancora chiesta al maschio, ma unicamente sotto forma di imposizione statale, come avviene per gli assegni di mantenimento. È da qui che sono nate le quote rosa, le tutele speciali sul lavoro, il pensionamento anticipato, le leggi speciali e le innumerevoli altre tutele che ho affrontato nella sezione dedicata alle sopraffazioni delle donne sugli uomini.

Tutto questo atteggiamento è un vergognoso doppio gioco, ma è difficile che coloro che ne traggono immensi vantaggi personali si fermino un pochino a riflettere se esso sia o no corretto. Se lo scopo è quello di usurpare immeritati privilegi, si può recitare qualsiasi commedia e rinunciare a qualsiasi dignità. Lo vediamo nei tribunali nelle cause di separazione: le donne si presentano sempre come degli esili fuscelli in balia del vento, con la voce flebile e sussurrante, mentre fino a dieci minuti prima avevano ruggito, strillato, urlato e insultato e sono pronte a ricominciare al termine dell’udienza. Lo vediamo nella società, dove le donne, ogni volta che rischiano di trovarsi ad armi pari con gli uomini, quando falliscono si presentano subito come vittime sacrificali della spietata società maschilista, ma se hanno successo sbandierano ai quattro venti di essere delle creature assolutamente superiori.

Insomma: i meriti sono sempre tutti loro, le colpe sono sempre dei maschi!

Ma assistiamo sempre più frequentemente ad una situazione che mette in crisi il modello di vita basato sull’industria del vittimismo: sono sempre più frequenti gli ambienti lavorativi e sociali di sole donne.

E in questi ambienti, contrariamente alla retorica troppe volte sentita, non si vede quel clima di amore, comprensione, accoglimento, accettazione, ascolto, solidarietà femminile di cui raccontano le leggende femministe per contrapporsi al clima rudemente competitivo degli ambienti maschili.

Le donne in competizione tra di loro sono spesso molto più spietate, più feroci, più subdole degli uomini, ma negli ambienti solo femminili non hanno alcuna possibilità di lagnarsi delle prevaricazioni maschili, perché lì di maschi non ce n’è nemmeno l’ombra.

In questi casi non rimane che la fuga o la depressione.

Queste situazioni sono sempre più frequenti, ma forse occorrerà un tempo molto lungo perché le donne trasformino i propri fallimenti in una seria e costruttiva riflessione sociale.

Intanto gli uomini sono sempre, a priori, colpevoli di tutto.

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