L’elisir che uccide il marito

Atene, V secolo a.C.: un uomo muore. Il figlio di lui accusa la matrigna di averlo avvelenato, e nel corso del processo pronunzia una pesante arringa contro di lei, all’uopo commissionata ad Antifonte (480-411 a.C.) uno dei più noti oratori giudiziari ateniesi (sorta di ghost writers, che non comparivano in giudizio: la legge ateniese, infatti, voleva che i cittadini vi prendessero la parola personalmente). Dinanzi ai giurati il figlio raccontò la sua versione: l’imputata aveva persuaso una complice a somministrare al marito un farmaco, facendole credere che si trattasse di un filtro d’amore. In realtà, ella sapeva bene che la pozione avrebbe avuto effetti letali: meritava dunque di essere condannata a morte come colpevole di omicidio premeditato. Non sappiamo come il processo si concluse: indubbiamente, la difesa dovette insistere sul fatto che la donna non intendeva uccidere, ma recuperare l’amore perduto del proprio compagno. Ma un certo pessimismo è d’obbligo: poiché le donne conoscevano per antica tradizione i segreti di erbe e bacche, i greci (non diversamente dai romani) erano convinti che, all’occasione, le usassero per avvelenare. Colpevole o innocente che fosse la matrigna, la possibilità di una sentenza di condanna non è certamente da scartare.

kirap

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Non si conosce mai abbastanza bene una donna fino a quando non la si incontra in tribunale. (Per la maggiore) http://www.separati.eu/

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