Così mi hanno tolto mia figlia

Così mi hanno tolto mia figlia.

Un papà  separato Affido condiviso? Che ipocrisia

Così mi hanno tolto mia figliaCosì mi hanno tolto mia figlia-scrivo su invito dell'Associazione Figlipersempre Onlus, per parlare della mia vicenda di padre separato, in quanto ritengo che la mia storia possa essere indicativa di come funziona (o non funziona) l'applicazione della legge 54-2006 sull'affido condiviso dei figli a entrambi i genitori e il concetto stesso di bi-genitorialità .

Questa la storia in sintesi.

Con la mia famiglia vivevo in una città  dell’Italia settentrionale; la mia sede di lavoro era ed tuttora è un’altra città  a duecento chilometri di distanza, dove dovevo recarmi il venerdì pomeriggio e il sabato mattina.

Sono un musicista, insegnante di conservatorio. La mia professione m’impone di essere presente a scuola 2 mezze giornate a settimana (12 ore), che ho sempre ripartito in una mattina (ore 8-14) e un pomeriggio (ore 14-20). Per il resto c’è tanto da fare, ma con grande libertà  organizzativa.


Inoltre si sottolinea che il padre ha chiesto, in via principale, l’autorizzazione a portare con sé la figlia nella casa di famiglia in provincia di …
e che tale trasferimento comporterebbe un totale sradicamento della bambina dalla città  nella quale ha sempre vissuto, la impossibilità  di un rapporto assiduo con la madre ed il sovvertimento di ogni sua abitudine, ritenuto che la casa coniugale, di proprietà  del marito, con tutto quanto l’arreda debba essere assegnata alla moglie, collocataria della figlia minore e che il marito se ne debba allontanare portando con sé i propri effetti personali entro il ‘ ‘
La mia ex moglie esercita un lavoro dipendente che la impegna approssimativamente dalle 11.00 alle 19.00. Perfetta inversione dei ruoli tradizionali: io, avendo la possibilità  di esercitare il mio mestiere con grande elasticità , ho finito per trascurarlo molto per occuparmi di mia figlia in tutto e per tutto, proprio come molte mamme che si prendono il part-time (non avevamo parenti nella città  in cui vivevamo insieme, così ho dovuto fare tutto io da solo). In questo modo mia moglie ha potuto concentrarsi interamente sul proprio lavoro (al contrario delle sue colleghe mamme si prese pochissimi permessi dal lavoro per motivi familiari, e solo in casi molto forti, mai per passare semplicemente un pomeriggio con la bambina).

Tutto questo fu documentato molto chiaramente sia al giudice che si occupò della nostra separazione giudiziale che alla CTU che avrebbe svolto la perizia psicologica su genitori e bambina. La decisione di separarci la presi io, molto preoccupato dagli evidentissimi effetti negativi che l’alto livello di conflittualità  fra i genitori aveva su nostra figlia (e dei quali effetti mia moglie sembrava essere del tutto incosciente). Ho detto conflittualità , ma sarebbe più corretto dire che per molti anni sono stato costantemente oggetto di aggressioni violente, verbali e fisiche, insolenze, calunnie e false accuse di ogni tipo, spesso davanti a mia figlia. Ragionare con mia moglie argomentando le cose in maniera sensata, dandole tutte le spiegazioni adeguate del perché avevo o non avevo fatto quella certa cosa era del tutto inutile: lei cercava semplicemente dei pretesti per litigare.

Così decisi di separarmi, sperando almeno di riuscire a trovare con mia moglie un accordo decente sul destino di nostra figlia. Lei non volle neppure parlarne, e, con l’arroganza di chi sa che qualunque cosa faccia alla fine l’avrà  vinta, andò immediatamente dal tipico avvocato-squalo, col quale mise in atto una strategia aggressiva: cominciarono a scrivere a me e al mio avvocato un fiume di lettere piene di calunnie, minacce, insolenze e false accuse. Vedendo che non mi piegavo mi trascinarono con un ricorso davanti al giudice.

Nelle memorie giudiziarie, qualche punto nella mia ricostruzione dei fatti fu contestato dalla mia controparte; loro molto blaterarono e insultarono con arroganza, ma non dimostrarono nulla contro quanto da me affermato; viceversa io potei smentire con prove alcune delle numerose menzogne che l’avvocato di controparte tirò fuori allo scopo di denigrarmi, di farmi apparire come un irresponsabile e un mantenuto. Dimostrai dunque in varie maniere la mala fede della mia controparte. Eppure, tutto questo non ebbe nessun peso nella sentenza del giudice e nella relazione della CTU. Tutto quanto da me dichiarato e documentato fu semplicemente ignorato. Specialmente fu ignorato quello che ritenevo essere il mio principale punto di forza, ossia il fatto che in alternativa al padre non c’era la madre, bensì una sfilata di Babysitter. La Presidenziale terminò con il collocamento di mia figlia presso la mamma perché è ritenuto che il collocamento debba essere, allo stato, presso la madre in considerazione della età  della bambina (di anni 8), ancora bisognosa dell’accudimento e della vicinanza materna e valutata l’inconsistenza di elementi di inidoneità  della madre (invero il padre ha evidenziato sia l’impegno lavorativo della madre sia la preferenza espressa dalla minore: quanto al primo argomento si rileva che la madre esercita una normale attività  alle dipendenze di una casa editrice con rientro la sera verso le ore 19/19.30, senza trasferte e senza turni di lavoro che comportino l’assenza della stessa nelle ore notturne; quanto al secondo argomento si sottolinea come l’eventuale manifestazione di volontà  della bimba, vista l’età  della stessa, non possa essere tenuta in considerazione, né valutata come reale esigenza della minore).

Il fatto che mia moglie per lavoro non facesse trasferte o turni notturni fu sufficiente a stabilire il collocamento presso di lei, obbligando così mia figlia a trascorrere le giornate con la baby-sitter (nei due anni di separazione ne ha cambiate 4, e quindi mia figlia è costretta ogni volta che ne arriva una nuova a reinventarsi un rapporto). Fino a quel momento mia figlia aveva avuto sempre me, tutti i giorni, e insieme eravamo riusciti a costruire molte attività splendide, soprattutto (ma non solo) di tipo musicale.

Da quando non convive con me mia figlia passa tutto il tempo libero ipnotizzata davanti alla televisione. Quello che aveva imparato (per esempio stava diventando una brava pianista) lo ha dimenticato. Nonostante mi sembrasse ovvio che in queste circostanze la condizione migliore per la migliore relazione di mia figlia con entrambi i genitori e per la migliore continuità  con le abitudini pregresse fosse che lei stesse con me nella quotidianità  e con la mamma il fine settimana, il giudice, alla Presidenziale, stabilì la classica ripartizione che si dà  alle normali coppie in cui il padre è fuori per lavoro da mattina a sera e la mamma si prende il part-time per stare con i figli: fine settimana alternati, due pomeriggi alla settimana col papà  (come se abitassi a 200 metri), vacanze a metà , casa affidata alla bambina e quindi alla mamma.

La casa di famiglia, gravata da un mutuo pesante e ancora lungo (11 anni a tutt’oggi), fu al tempo dell’acquisto intestata a me perché mia moglie, proprietaria di un altro appartamento nella stessa città  in cui abitavamo, si sarebbe in questo modo risparmiata le imposte sulla seconda casa (io non avevo mai beneficiato delle riduzioni per la prima casa, lei sì).

Appena entrati nel percorso di separazione, la prima cosa che fece mia moglie (su consiglio del suo avvocato, suppongo) fu di smarcarsi da ogni impegno economico sul mutuo e sulle spese domestiche, scaricando sulle mie spalle una mole di spese che lei sapeva bene essere superiore alle mie possibilità . Oltre al pagamento intero della rata del mutuo (1200 euro al mese, io ne guadagno poco più di 2000, la mia ex moglie circa 3500), la mia ex moglie richiese a mio carico un assegno di mantenimento di 500 euro mensili. Il giudice, viste le buste paga, stabilì che io potevo considerare esauriti i miei doveri economici pagando la casa (che comunque mi obbliga a una rata tripla rispetto alla media degli assegni di mantenimento). La spropositatezza delle pretese della mia ex fu quindi colta, tuttavia né il giudice né la CTU formalizzarono il minimo sospetto che alla base dell’atteggiamento della mia ex potessero esserci interessi che non hanno nulla a che vedere col bene di nostra figlia, né ritennero di attuare alcun approfondimento in tal senso. Nonostante che i numeri riportati sulle memorie non lascino dubbi, che le falsità  smascherate fossero tutte dalla stessa parte, e che sempre alla stessa parte risalissero gli atteggiamenti insolenti, aggressivi e ricattatori, per la CTU La madre ha mostrato una buona capacità , genuina, di garantire alla figlia la figura del padre. Questa e tante altre affermazioni assurde furono verbalizzate con questo tono pontificale, senza entrare nel dettaglio circa gli elementi sui quali si sarebbero basate e come si concilierebbero con i toni aggressivi e insolenti e con le numerose azioni testimoniate sulle memorie volte a crearmi difficoltà  di ogni tipo.

Risultato: dal momento che con un mutuo così pesante non posso permettermi un appartamento nella città  in cui vive mia figlia, sono stato costretto a trasferirmi in un paese della provincia della città  dove lavoro, convivendo con mia madre (88 anni), gravando in parte sulla sua pensione di insegnante di scuola media (potrei sopravvivere con quello che mi resta, ma non pagarmi regolari viaggi fra le due città  per stare con mia figlia, nonché le tasse di un proprietario di seconde case), mentre la mia ex si tiene per sé la casa pagata da me e la propria dalla quale percepisce un reddito in affitto (per inciso: il suo appartamento era libero al momento dell’udienza Presidenziale, ma nessuno le consigliò di trasferirvisi lasciando a me la casa di famiglia di mia proprietà ).

Poiché la disposizione della Presidenziale secondo la quale il padre può vedere la figlia due pomeriggi alla settimana è un riconoscimento formale ma non sostanziale dell’importanza della frequentazione paterna (all’epoca era ben chiaro al giudice che se fossi stato messo fuori casa avrei dovuto trasferirmi da mia madre, quindi le due visite infrasettimanali non erano concretamente attuabili) a forza di insistere ottenni che le visite infrasettimanali fossero sostituite da una maggiore quantità  di fine settimana: 2 ogni 3 e 2 mesi su 3 di vacanze estive col papà . Dato il carattere discontinuo mi è comunque del tutto impossibile portare avanti le attività  educative di prima, ma è sempre meglio che 2 pomeriggi settimanali impraticabili.

Situazione paradossale: si stabilisce che la bambina debba stare con la mamma ma viene imposto un regime dove di fatto la figlia vede la mamma meno del papà : madre e figlia insieme dormono e poco più. Un capolavoro d’ipocrisia. E il fine settimana padre e figlia sono costretti a scorrazzare avanti e indietro fra due città; il padre non è più nelle condizioni di poter conoscere la vita e le abitudini della figlia nel luogo in cui vive (sono stato falsamente accusato di frequenti violazioni della privacy della madre, persona che in realtà  ho evitato come la peste per non doverci litigare, perciò evito completamente di trattenermi con mia figlia nella città  in cui vive). Del resto, neppure la madre può conoscere direttamente le abitudini, le relazioni e i vissuti quotidiani della figlia, dal momento che si vedono solo la sera.

Se la casa di famiglia fosse stata assegnata a me, mia figlia avrebbe entrambi i genitori nella stessa città , vedrebbe entrambi di più e meglio e non sarebbe costretta a scapicollarsi il fine settimana con grande fatica e costi.

Il mio caso mi pare emblematico del funzionamento di queste cose perché era molto semplice: un genitore sacrifica la propria carriera professionale per dedicarsi alla figlia mentre l’altro sceglie di non sottrarre nulla al proprio lavoro. Un genitore ha un reddito superiore all’altro. Nessun elemento di inidoneità  ad occuparmi di mia figlia fu individuato su di me, né dal giudice né dalla CTU. Il fatto che dalle indagini periziali mia figlia avesse esternato un forte attaccamento al padre (e anche alla madre, per fortuna) e una quantità  di esperienze significative vissute col padre nettamente superiore a quelle vissute con la madre non ebbe nessun peso nelle determinazioni.

Tutto il più spicciolo buon senso sull’accudimento e sul pagamento degli oneri viene sovvertito semplicemente in base al sesso del genitore. Il mio caso rivela che il concetto dell’interesse predominante del minore è una barzelletta: le uniche cose che contano sono i pregiudizi e le ipocrisie conformiste. Il futuro lo vivo con angoscia: non so fino a quando sarò in grado di continuare a viaggiare per vedere mia figlia; non so fino a quando mia figlia sarà disposta a staccarsi i fine settimana dalla città  in cui vive e sviluppa le proprie relazioni per venire da me. Ma so anche che senza di me le resta ben poco.

Tutti gli avvocati con cui mi sono consultato si mostrano molto pessimisti circa la possibilità  che io possa recuperare mai la mia casa e possa quindi avvicinarmi a mia figlia. Tutti gli avvocati che hanno letto i miei documenti mi hanno detto che le cose non mi sono affatto andate male: c’erano ottime probabilità  che mi andassero molto peggio, ossia che il giudice mi imponesse un assegno di mantenimento e mi attribuisse molte meno visite a mia figlia.

Il giudice e la CTU che mi sono ritrovato godono di una reputazione eccellente: tutti dicono benissimo di entrambe. Il tutto è avvenuto in un tribunale grande e importante. La forte sensazione è quindi che questo modo di procedere finalizzato al perseguimento forzato di una sentenza conformista sia quello che succede sempre in queste circostanze: non è affatto il risultato di circostanze a me sfortunate.

Questo è l’affido condiviso all’italiana.

Grazie per la pazienza della lettura della mia storia.

Fonte:Affaritaliani.it

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